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Tappa 4 – Da Gajum al Santuario di S. Miro al Monte attraverso il primo tratto del Sentiero Geologico “Giorgio Achermann” e ritorno a Gajum

Descrizione

Si costeggia l’Albergo Ristorante Sorgente. Sul lato sinistro dell’imbocco di via Per San Miro sono stati posati da ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) due pannelli che introducono rispettivamente i sentieri della Val Ravella e il Sentiero Geologico “Giorgio Achermann” (ideato negli anni ’80 dal Gruppo Naturalistico della Brianza, risistemato nel 2003 e in quell’occasione dedicato al giornalista svizzero fondatore del Gruppo). Sono presenti anche un totem dei Geositi dell’Insubria (con riferimento al soprastante Sasso Malascarpa) e l’indicazione del Cammino di Sant’Agostino. Si imbocca via Per San Miro, acciottolata, tenendo la destra; dietro al pannello con l’introduzione al Sentiero Geologico (che da qui ha inizio) un altro pannello segnala il primo evento geologico, il Calcare a coralli (Evento n. 1), un blocco di una roccia sedimentaria calcarea, costituita prevalentemente da resti fossili di coralli e in particolare da colonie ramificate di Thecosmilia clathrata. Questa formazione, chiamata dai geologi Calcare di Zu, si è originata nel Triassico superiore (circa 210 milioni di anni fa), in condizioni di mare caldo, limpido e poco profondo (un habitat ideale per la vita dei coralli), simile a quello delle attuali barriere coralline nelle zone tropicali ed equatoriali. Si tratta di una roccia compatta, di colore grigiastro, soggetta ad erosione da parte delle acque meteoriche acide (carsismo). Essa costituisce il pendio orientale dei Monti Cornizzolo e di Pianezzo, nonché parte del Prasanto. Percorsi circa una ventina di metri, il fondo da asfaltato diventa acciottolato e si prende a costeggiare il torrente Ravella. Dopo altri 100 metri, sulla sinistra, è stato posto un pannello che illustra la geologia dei Corni di Canzo, una delle aree geologicamente più complesse delle Prealpi. Circa 50 metri più avanti, sempre sulla sinistra, un altro pannello illustra il fenomeno dello “Slumping” (Evento n. 2), che interessa la formazione sedimentaria affiorante al bordo del sentiero, detta Calcare di Moltrasio (la più diffusa nel Triangolo Lariano, risalente al Giurassico inferiore, circa 190 milioni di anni fa), che qui presenta una stratificazione a pieghe, dovuta allo scivolamento e piegamento dei sedimenti in via di consolidamento su un pendio sottomarino, a profondità abbastanza elevate.
Dopo altri 70 metri circa, sulla destra, uno slargo costituisce l’ultima area di parcheggio, oltre la quale il sentiero è sbarrato da una stanga e da una barriera in ferro sulla sinistra che segnalano il divieto di transito ai veicoli. Si consiglia perciò di tenere la destra, facendo però attenzione al residuo della barriera rimasto anche in quella posizione. Circa altri 60 metri più avanti, sulla destra, subito dopo lo slargo dove sorge l’acquedotto, si incontrano altri due eventi geologici con relativa spiegazione. Il primo è una macina da mulino costituita da una roccia sedimentaria marina, chiamata Conglomerato di Sirone (Evento n. 3), più nota con il nome locale di “ceppo”, che deriva dal consolidamento di materiali erosi dagli agenti atmosferici sulla terraferma (ghiaie, sabbie e limi), trasportati dai fiumi in mare e depositati a modesta profondità, circa 90 milioni di anni fa, nel Cretaceo. Il secondo evento è un blocco di Maiolica (Evento n. 4), un calcare compatto bianco di origine sedimentaria marina profonda, originatasi 145-135 milioni di anni fa, tra la fine del Giurassico e il Cretaceo inferiore, che affiora con continuità nella porzione meridionale del Triangolo Lariano ed era utilizzato per la produzione di cemento (cava di Cesana). Poco più avanti, sulla destra del sentiero, ci attende un altro evento, ovvero frammenti di Rocce metamorfiche (Evento n. 5) rappresentate da massi erratici provenienti dalla Valtellina e dalla Valchiavenna, trasportati dai ghiacciai durante le fasi glaciali Pleistoceniche e abbandonati al loro ritiro. In Val Ravella si possono trovare micascisti e gneiss del basamento Alpino, rocce a tessitura orientata, costituite prevalentemente da quarzo, miche e feldspati chiari, e le serpentiniti della Valmalenco, così chiamate perché il loro aspetto ricorda quello della pelle dei serpenti. Lungo il sentiero si vedono diversi blocchi di serpentiniti regolarmente squadrati: infatti, prima della Seconda Guerra Mondiale, alcune ditte “cavavano” questo materiale per uso edilizio, tagliando questi blocchi quasi esclusivamente a mano nel luogo in cui si trovavano, con l’ausilio di seghe e scalpelli.
Circa 10 metri più avanti, sulla destra, si può notare un grande masso erratico di serpentinite di circa 3 metri x 3, oltre il quale il ciglio destro del sentiero non è più protetto: si consiglia pertanto di tenersi sulla sinistra. Dopo altri 10 metri, un cartello sulla sinistra mostra le Rocce sedimentarie marine (Evento n. 6), le più diffuse nel Triangolo Lariano, tra cui in particolare si segnala il Calcare di Moltrasio, che si presenta in banchi stratificati di calcari e calcari marnosi, di colore grigio-biancastro. Questa roccia, formatasi sul fondo dell’antico mare che occupava la nostra zona durante il Giurassico Inferiore (circa 202 – 180 milioni di anni fa), è poi affiorata in seguito ai movimenti della crosta terrestre durante la formazione delle Prealpi e delle Alpi. Altri esempi di rocce sedimentarie marine, le Selci (Evento n. 7), si possono incontrare sulla sinistra dopo altri 60 metri circa: di natura silicea, dure e compatte, di aspetto vetroso e di colore vario (marrone, nero o rosso), si sono formate dai resti dell’involucro esterno siliceo di Protozoi (Radiolari), Spugne e Alghe (Diatomee). Sono spesso presenti in straterelli, lenti o noduli inclusi in rocce calcaree; per la loro durezza e lavorabilità venivano usate dagli uomini primitivi per la produzione di strumenti come bulini, raschiatoi, punte di lance e di frecce. Poco oltre, sulla destra, si diparte il sentiero numero 7 per il Monte Cornizzolo. Proseguendo lungo il Sentiero Geologico, sulla destra, si incontra il pannello che illustra un’altra roccia sedimentaria affiorante in modo discontinuo nella porzione meridionale del Triangolo Lariano: il Rosso Ammonitico Lombardo (Evento n. 8), di origine sedimentaria marina, calcarea-marnosa, con intercalati livelli e lenti di selce, che risale al Giurassico Inferiore (circa 190 milioni di anni fa). Di colore rossastro, è ricca di fossili, soprattutto Ammoniti, ovvero Molluschi Cefalopodi dalla conchiglia a spirale piana, estinti alla fine dell’era Mesozoica.
Proseguendo per circa 50 metri, si supera un ponte sulla Ravella (spalle alte circa 120 centimetri costituite da ringhiere in legno) lungo circa 15 metri, e dopo altri 150 metri un secondo, con le stesse caratteristiche del primo, ma lungo una quindicina di metri. Siamo immersi in un bosco misto mesofilo, con il frassino maggiore, l’acero montano, il tiglio, il maggiociondolo. 100 metri più avanti, sulla sinistra, si può incontrare un masso proveniente dall’alta Valsassina (zona di Margno), costituito da Verrucano Lombardo (Evento n. 9), un conglomerato compatto, di colore rossastro, formato da ciottoli quarzosi e di porfido. Si tratta di una roccia sedimentaria continentale, formatasi in clima sub-desertico, risalente alla fine del Permiano (l’ultimo periodo dell’era Paleozoica o Primaria, circa 260 milioni di anni fa). Da questo punto il fondo del sentiero diventa un po’ più sconnesso. Poco oltre si incontra un cartello segnaletico della stazione 10 (“Gli abitanti del torrente”) di un altro percorso tematico che si snoda nella valle Ravella, il “Sentiero dello Spaccasassi”, progettato e realizzato dall’Azienda Regionale delle Foreste con finanziamenti dell’Amministrazione Provinciale di Como. Accanto è stato posato a cura di ERSAF un altro pannello con la biologia del Gambero di fiume, importante “abitante” del torrente che è stato recentemente oggetto di un progetto Life Natura. Superato un altro ponte sulla Ravella (con le stesse caratteristiche dei precedenti), la salita si fa più ripida e dopo 60 metri, sulla destra, si incontra un masso erratico di “Ghiandone” (Evento n. 10), proveniente dalla Val Masino. Si tratta di una granodiorite così chiamata per la presenza di grossi cristalli di feldspato potassico di colore bianco-rosato e di forma sub-rettangolare, simili a ghiande. Dopo una quarantina di metri si imbocca sulla destra il ripido sentiero acciottolato che porta al Santuario di S. Miro, seguendo le indicazioni del segnavia 6 per il Monte Cornizzolo. Se si proseguisse diritto, dopo l’attraversamento del ponte in legno sulla Ravella, si continuerebbe a percorrere il secondo tratto del “Sentiero Geologico” fino a Terz’Alpe, entrando nella Foresta Regionale “Corni di Canzo”. Imboccata invece la deviazione per il Santuario, dopo una sessantina di metri, sulla sinistra, sopra un masso al bordo del sentiero, si può notare una cappellina che porta incisa sull’architrave la data 1818. La piccola costruzione presenta tre nicchie: in quella centrale è presente un dipinto della Madonna del Rosario con il Bambino e sullo sfondo i tre Corni di Canzo; in quella sul lato destro San Miro, vestito da pellegrino con bordone e borraccia, sempre con lo sfondo della Val Ravella; in quella sul lato sinistro San Francesco. Dalla cappella il ciglio sinistro del sentiero è protetto per un centinaio di metri da una ringhiera in legno alta 1,20 metri, che si interrompe lasciando il ciglio non protetto per 40 metri fino al piazzale del Santuario di S. Miro al Monte. Sulla destra del sentiero la montagna incombe verticale; nella spianata antistante il sagrato, alla base della roccia in cui è scavata la grotta dove San Miro era solito ripararsi (all’imbocco della quale è stata posta una statua della Madonna), nel 2005 è stata realizzata dalla Cumpagnia di Nost una fontana in serpentinite sotto uno zampillo d’acqua che, secondo la tradizione popolare, sarebbe stato fatto scaturire dal Santo. Si tratta di una fonte considerata sacra dai canzesi, la cui acqua veniva usata per curare le malattie.
Il piazzale del Santuario (circa 20 metri X 15), nella parte anteriore in ghiaietto, è preceduto da un basso muretto (30 centimetri) su cui si può fare una sosta, interrotto nella parte centrale per l’accesso in corrispondenza di un vialetto lastricato che conduce al portico antistante la chiesa, la cui costruzione iniziò nel 1643.
Il lato sinistro del piazzale (per chi guarda la facciata del Santuario) è delimitato da un muretto di circa 30 centimetri (ci si può sedere), sormontato da una ringhiera in ferro di circa 1,30 metri; a circa metà è presente un’altra fontanella.
Accanto alla chiesa si trova una piccola costruzione a due piani, in cui trovarono dimora alcuni frati probabilmente legati al vicino convento di S. Francesco, fino alla fine del Settecento. I frati coltivavano piante medicinali su piccoli terrapieni, tuttora visibili, ricavati con muri a secco sul versante opposto del torrente Ravella (Giardin di Fraà).
Si ritorna quindi sui propri passi fino alla località Gajum.

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Informazioni


Località di partenza
Canzo, località Gajum
Località di arrivo
Canzo, località Gajum
Tipologia del percorso
turistico-escursionistico
Lunghezza totale
2800 m circa
Tempo di percorrenza (a piedi)
45 min
Difficoltà
turistico-escursionistica
Dislivello in salita
150 m
Quota massima
635 m
Pavimentazione
acciottolato, lastricato in pietra, ghiaietto
Mezzi pubblici per raggiungere il punto di partenza
-
Mezzi pubblici dal punto di arrivo
-
Parcheggi presso il punto di partenza

Punti di Interesse

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